Autore: | Categoria: Curiosità dal mondo dei trasporti, Logistica, Novità dal mondo dei trasporti, Tecnologie del trasporto |

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Strade?
Dove stiamo andando, non abbiamo bisogno di strade!

Con questa frase, il Professor Emmet Brown chiudeva il primo episodio della saga di Ritorno al Futuro, mentre, a bordo della sua leggendaria DeLorean, riportava l’amico Marty McFly indietro nel futuro. Per la precisione, oggi,  al 21 ottobre 2015.
Mi sono concesso questa citazione cinematografica, per sottolineare, simbolicamente, come il futuro sia ormai arrivato e sia ora di iniziare a pensare a quale sarà il prossimo, anche per noi che solo di trasporto ci occupiamo.
Con buona probabilità, il trasporto del futuro, a differenza dei nostri amici di Back to the Future, continuerà ad avere bisogno di strade, per lo meno ancora per qualche decennio. Ma, come abbiamo già avuto modo di scrivere, i veicoli che le percorreranno, saranno sempre più intelligenti e tecnologici.
Che aspetto avranno invece le imprese che vi opereranno? La logistica italiana continuerà a soffrire, ad esempio, a causa della frammentazione aziendale e della diffusione della pratica del franco fabbrica anche nei prossimi anni?
Non avendo a disposizione una DeLorean che ci possa portare nel futuro, dobbiamo, basarci sull’interpretazione dei trend attuali, per poter fare una previsione di medio-lungo periodo.

Razza padroncina in via di estinzione?
In un approfondito saggio del 2010, intitolato “Razza padroncina”, Deborah Apolloni analizzava il primo decennio del nuovo millennio dell’autotrasporto italiano e ne metteva in luce le principali problematiche: la polverizzazione aziendale, le migliaia di aziende iscritte all’albo senza possedere mezzi, l’eccesso di aziende monoveicolari o con meno di cinque veicoli, nonché il fallimento degli incentivi statali alle aggregazioni di imprese. Tutti fattori che minavano in modo significativo la competitività del nostro trasporto, soprattutto su scala internazionale.
Cosa è cambiato in questi ultimi cinque anni? Ancora una volta è un contributo di Deborah Apolloni, apparso sul numero di settembre di Uomini e Trasporti a darci alcuni spunti interessanti. Basandosi sulle rilevazioni di Unioncamere, balza all’occhio come, tra settembre 2014 e marzo 2015, siano scomparse ben 1.640 imprese individuali di autotrasporto, che hanno lasciato il posto a 386 nuove società di capitali e a 98 cooperative. Una sterzata senza dubbio significativa, considerando il breve lasso di tempo in cui è avvenuta. Quali le cause? È un cambiamento imposto solo dalle logiche di mercato? Oppure c’è dell’altro?

Keep it short
La legge di stabilità 2015, con l’introduzione del passaggio unico di subvezione, ha imposto un accorciamento della filiera, accelerando così il processo di compattazione del settore. Di conseguenza, diversi padroncini, trovatisi di fatto esclusi dalla possibilità di lavorare come appaltatori di secondo grado, si sono dovuti raggruppare e fare impresa insieme, per poter resistere sul mercato. Senza dimenticare anche quei padroncini che hanno preferito fare squadra e vestirsi da società di capitali, per meglio proteggere il proprio patrimonio personale dagli effetti della fortissima concorrenza che ha segnato gli ultimi anni.
È evidente che, qualora questa evoluzione dovesse consolidarsi, potremmo assistere nei prossimi anni ad un lifting sostanziale del nostro autotrasporto: meno frammentazione, meno società individuali e, di contro, più società di capitali ed imprese strutturate.

In logistica c’è solo da guadagnare
Mi auguro che di questo cambiamento si accorgano anche gli altri attori della filiera produttiva. In primo luogo, la nostra industria manifatturiera, motore di tante regioni del Paese, che sta vivendo di nuovo un buon momento, grazie ad un export che, negli ultimi 3 anni è tornato ad essere particolarmente performante. Logistica e industria devono finalmente trovare sinergie di crescita comuni, cercando di limitare il più possibile la pratica del franco fabbrica, che, troppo spesso, finisce per arricchire operatori logistici di paesi a noi vicini, ma concorrenti, a cui deleghiamo il trasporto dei nostri prodotti in Europa e nel mondo. A supporto di questo ragionamento, portiamo la cifra presentata dalPresidente di Confcommercio Carlo Sangalli, al recente Congresso di Cernobbio: l’inefficienza della logistica e dei trasporti pesa per 42 miliardi sul PIL italiano, ovvero una mancata crescita del 2,8% su base annua!

Per un ritorno al futuro, quindi, un mero cambio strutturale sarà insufficiente, se non sarà accompagnato anche da un cambio culturale e di mentalità. Solo quando saremo tutti convinti che la logistica debba essere finalmente considerata come un settore produttivo a tutti gli effetti, potremo forse arrivare a competere con altri paesi che fanno della logistica uno dei settori chiave della propria economia.

 



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